"Dalla Filosofia alla Scienza. Il Concetto d'Illusione" di Ambra Guerrucci

"Dalla Filosofia alla Scienza. Il Concetto d'Illusione" di Ambra Guerrucci
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Prima di tutto è doveroso spiegare che cosa intendo con la parola “illusione”, così che anche se non hai molta esperienza nel campo della spiritualità potrai comprendere il modo in cui utilizzo questa parola. Sebbene questo termine possa sembrare una cosa nuova, il concetto che racchiude è molto antico e presente in molti luoghi ed epoche diverse. In tutto il mondo i filosofi e maestri hanno parlato di una realtà sottile che non può essere vista con gli occhi, toccata o percepita con i sensi legati alla Materia...
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Da oriente ad occidente varie correnti e miti parlano del “sonno” dell'uomo, che vive del tutto incosciente della Realtà sottile ed eterna. Molto spesso, infatti, siamo così catturati dai nostri pensieri che fissiamo il vuoto con sguardo assente, pensando dentro noi stessi alle molte cose da fare, ai ricordi, a cosa avremmo potuto rispondere nella situazione appena passata o risponderemo non appena si verificherà l'incontro che stiamo attendendo. La nostra Mente è sempre piena di molte cose e somiglia ad un disco che gira continuamente, proiettando un film: il film della nostra vita. Viviamo assecondando gli automatismi, senza nemmeno provare a vedere la natura del “film”, a fermare il disco dei pensieri per scoprire che cosa esiste oltre quello. Nell'antica Grecia i filosofi Socrate e Platone hanno parlato dell'illusione in cui vive la quasi totalità dell'umanità, utilizzando una metafora in grado di descrivere incisivamente questo stato: sto parlando del mito della Caverna. Sicuramente si tratta di uno dei più noti concetti arrivati fino a noi grazie agli scritti di Platone, grande pensatore che in questo caso ha fornito un'ottima descrizione dello “stato di sonno”. La permanenza nell'illusione viene paragonata nel mito ad una caverna in cui si trovano i prigionieri, incatenati a tal punto da non potersi voltare per guardare dietro di loro, dove arde un fuoco. Nello spazio tra il fuoco ed i prigionieri, rivolti verso il muro, si trova una strada rialzata accanto a cui è stato eretto un muricciolo, che divide i prigionieri dalla strada stessa. In questa strada le persone libere svolgono le azioni di vita quotidiana, parlano tra loro e trasportano oggetti, che si proiettano sul muro di fronte agli uomini incatenati. Questi ultimi, non essendo liberi di girarsi ed essendo nati in condizione di schiavitù, non conoscono la reale natura degli individui in strada, piuttosto ne percepiranno soltanto le ombre e l'eco delle voci, che non conoscendo altro scambieranno per realtà. Pensa che cosa significa vivere così, quanto possa essere limitata la prospettiva di quegli schiavi che ignorano un intero mondo che si trova alle loro spalle, fatto di mille cose e colori, che nella loro mente sono nient'altro che ombre. Conoscere solo quello conduce a dare per scontato che non esista altro che quello: voci indistinte e distorte proiezioni degli oggetti, frutto del gioco di luci e ombre. Platone prosegue poi il mito immaginando che uno dei prigionieri riesca a liberarsi e volgendosi all'indietro possa vedere le persone ed il fuoco, comprendendo che esiste molto altro rispetto a ciò che era abituato a vedere. Non essendo abituato alla luce e a tutte quelle cose che adesso può vedere, inizialmente si troverebbe spiazzato e abbagliato. Dopo essersi abituato alla nuova visione sentirebbe sicuramente la responsabilità di informare tutti gli altri delle sue scoperte e per questo tornerebbe nella caverna a tentare di liberarsi, provando per loro un senso di compassione, in quanto può finalmente rendersi conto del limite di quella condizione di vita. Sentendosi libero e godendo della sensazione meravigliosa di vedere la verità, sarebbe naturalmente portato ad aiutare gli altri, ma si scontrerebbe con una realtà: con tutta probabilità quelle persone rifiuteranno l'aiuto offertogli. Convincere gli altri prigionieri non sarebbe affatto semplice, soprattutto perché nel primo periodo del suo ritorno al buio della caverna, dopo aver visto la luce, avrebbe bisogno di riabituare gli occhi a questa condizione che verrebbe dagli altri percepita come limitante. Dalla prospettiva degli individui incatenati, il liberato sembrerebbe tornato con una ridotta capacità di vedere ciò che loro percepiscono come unica realtà, di conseguenza sarebbe oggetto di scherno, accusato di essere tornato con gli “occhi rovinati”. In queste condizioni, pur quanto si sforzi di convincere gli altri ad essere aiutati, descrivendo le meraviglie viste, non verrebbe affatto ascoltato. Per contro, se tentasse di liberare le persone contro la loro volontà, rischierebbe di essere ucciso in quanto la paura di soffrire l'accecamento risulta più grande della curiosità. Vedendo la sua temporanea difficoltà a vedere in quelle condizioni di buio, tutti penserebbero che non valga la pena soffrire così tanto e faticare nella salita solo per uscire dall'illusione, di conseguenza proteggerebbero la loro condizione di schiavitù. Nel mito della caverna, descritto all'inizio del libro settimo de “La Repubblica” (514 b - 520 a), Platone utilizza il fuoco come metafora della conoscenza, gli uomini e gli oggetti di cui le persone vedono solo le ombre rappresentano invece la verità, mentre le ombre stesse e gli schiavi sono rispettivamente le cose come appaiono dalla prospettiva soggettiva (opinione) e le persone che vivono nell'illusione. Gli uomini incatenati sono quindi costretti a percepire sol-tanto l'ombra della Realtà, ossia solo la materiale manifestazione che i sensi legati alla dimensione fisica possono conoscere. Quella visione limitata e fatta di ombre, a cui in questo libro mi riferirò come prospettiva soggettiva o ego, viene riconosciuta da Platone come “Doxa”, un termine greco dal significato di opinione. L'opinione, infatti, è qualcosa legato all'interpretazione personale, condizionata da convinzioni e pregiudizi, che focalizzano la nostra prospettiva limitandola ad un punto di vista più o meno ristretto. La verità è invece qualcosa di oggettivo, indipendente dalle interpretazioni soggettive e sperimentabile se si è disponibili ad andare oltre i propri limiti. Platone spiega che per liberarsi è indispensabile amare la conoscenza, abbandonando l'opinione per realizzare la comprensione autentica del mondo. Lo stesso filosofo sottolinea che la realtà sensibile, ossia il mondo costituito dalle cose che possiamo vedere con gli occhi, toccare con le mani e più in generale di cui possiamo far esperienza attraverso i cinque sensi, è l'illusione a cui siamo incatenati. Mentre l'umanità è prigioniera della caverna, il fuoco rappresenta la conoscenza ed il prigioniero liberato che sale fino a conoscere la verità è l'Anima che, libera dai vincoli dell'illusione, si eleva fino a raggiungere la luce del sole che Platone considera come la coscienza, origine del bene e della bellezza. Dopo aver ammirato la sublime luce della verità ed essere tornati indietro è naturale cercare di spingere gli altri a liberarsi dalla schiavitù della visione soggettiva, filtrata dalle proprie distorsioni, convinzioni e dai limiti. Quando si conosce qualcosa di così meraviglioso è naturale volerlo condividere. In questo caso non si tratta di un desiderio mentale o morale, semplicemente trovare la Verità è trovare se stessi e rendersi conto che era ciò che abbiamo desiderato per tutta la vita. Infatti spesso pensiamo di volere l'amore, i soldi, l'accettazione degli altri o mille altre cose che ci aiutino ad ottenere questi risultati, ma in realtà vogliamo solo essere felici e la vera gioia, quella eterna, arriva insieme alla Verità. Nell'esatto momento in cui avviene la realizzazione, l'uscita dalla caverna, siamo così pieni di quell'energia che è l'origine della bontà, da straripare e condividerla con chiunque. I nostri occhi vengono pervasi dalla bellezza, la vediamo ovunque, ma quando torneremo per dirlo ad altri è possibile - come dice Platone - non essere compresi e che vedano la nostra condizione come un limite. L'ignoto fa' paura, tanto più quando qualcuno ci narra di esperienze che lo hanno profondamente cambiato, i cui effetti ci spiazzano al punto da sembrare negativi. Quando il filosofo spiega la pericolosità di spingere gli altri a liberarsi, si riferisce in particolare a Socrate, costretto a difendersi nei tribunali prima ancora di aver “riabituato gli occhi” alla caverna dopo aver visto la realtà. Infatti è proprio a Socrate che la metafora è ispirata, il quale dopo il Risveglio ha dovuto discutere le accuse a suo carico, cercando di spiegare a tutti che ciò che vede-vano non era che “un ombra” della verità, per poi essere condannato a morire avvelenato. Per risvegliarsi è necessario come prima cosa comprendere che veramente stiamo vivendo nella caverna platonica, in cui ogni cosa percepita non è che una proiezione: una mera illusione che non esiste per come la intendiamo. Questo primo passo è paragonabile alla liberazione del prigioniero, che è finalmente aperto e disponibile all'osservazione della verità. Il secondo passo consiste nel rendersi conto della finzione delle cose che fino a prima sembravano del tutto reali. A questo punto non è più solo teoria, pura filosofia, siamo in grado di os-servare con distacco le opinioni, gli accadimenti della realtà materiale e le interpretazioni u-mane. In questo modo siamo naturalmente portati all'ultima fase: l'uscita vera e propria dalla caverna, l'osservazione diretta del sole, ossia della verità obbiettiva che si trova oltre i punti di vista soggettivi. A questo punto si prova una gioia così profonda che viene spontaneo provare a liberare altre persone, ma ci si scontra con una realtà: gli altri sono attaccati alla loro schiavitù e identificati con la visione limitata della realtà (le ombre) e con i limiti stessi (le catene). Ciò che conosciamo è rassicurante, sentiamo di poterlo controllare almeno per la maggior parte del tempo, mentre nell'ignoto proiettiamo le nostre paure, di conseguenza risulta spesso poco appetibile. Riuscire a superare questa paura di vedere che cosa si trova oltre il mondo della forma è l'inizio del cammino, un cammino in salita, talvolta faticoso, ma in grado di donare le risposte ai più grandi interrogativi dell'esistenza umana, nonché di realizzare la radice di tutti i desideri: la beatitudine. Il mito della caverna è soltanto un esempio, ma sono stati molti i personaggi, i santi e gli scienziati occidentali che hanno tramandato più o meno esplicitamente questo messaggio. L'elevazione spirituale è il fulcro del progresso ed ha prodotto molte grandi invenzioni e scoperte, inizialmente osteggiate dai contemporanei per poi essere invece ampiamente utilizzate come migliorie che hanno portato al mondo moderno. Per inventare qualcosa di nuovo è in-fatti indispensabile superare la presunzione di sapere tutto, rompere gli schemi ed andare oltre quelle che sono le conoscenze del momento. Quando l'uomo supera i suoi limiti il potenziale creativo aumenta notevolmente ed ecco che la parola impossibile diviene soltanto un lontano ricordo. Un esempio di questo sono i fratelli Wright, due intelligenti e caparbi uomini che hanno creduto nelle loro intuizioni quando nessuno ci credeva, inventando così l'aliante. Fino a quel momento nessuno credeva che le persone potessero volare, per questo hanno cercato di scoraggiarli, li hanno creduti pazzi, ma è proprio grazie a quei due ingegneri se adesso esistono gli aeroplani. Non dico che siano stati illuminati, ma sicuramente erano persone che hanno rotto gli schemi dell'epoca, superando i limiti che tutti gli altri credevano invalicabili. Se anche solo dei barlumi di coscienza possono produrre grandi innovazioni, pensa a che cosa accadrebbe se l'intera società uscisse dalla caverna delle illusioni. Nel caso in cui questo avvenisse le cose cambierebbero radicalmente e l'evoluzione della civiltà sarebbe molto più fluida e veloce sotto tutti i punti di vista.
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